7 maggio 2001
Giovanni Paolo II
Congregazione del Culto Divino 
Istruzione V «Liturgiam authenticam»  
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Fonte: Acta Apostolicae Sedis, 93 (2001), pp. 685-726. online
 
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LT

1. Il sacrosanto concilio ecumenico Vaticano II ha espresso la pressante raccomandazione che si custodisca con cura l’autentica liturgia, nata dalla tradizione spirituale viva e antichissima della Chiesa, e che la si adatti con sapienza pastorale alle situazioni particolari dei diversi popoli, in modo che i fedeli, nella piena, consapevole e attiva partecipazione alle azioni liturgiche, specialmente nella celebrazione dei sacramenti, trovino una ricca fonte di grazie e la possibilità di formarsi continuamente al mistero cristiano.1

2. Da allora, con la sollecitudine dei sommi pontefici, ebbe inizio l'imponente lavoro di revisione dei libri liturgici del Rito romano, che comprendeva la traduzione2 nelle lingue vernacole con l'intenzione di attuare un diligentissimo rinnovamento della sacra liturgia, ossia una delle principali finalità del Concilio.

3. Il rinnovamento liturgico ha ottenuto finora risultati eccellenti grazie al solerte impegno di molti, soprattutto dei vescovi, alla cui attenta vigilanza questo imponente e difficile compito fu affidato. Parimenti sono richieste la massima prudenza e la massima cura nel preparare i libri liturgici, che devono essere insigni nella sana dottrina, accurati nel linguaggio, immuni da qualsiasi pregiudizio ideologico e del resto ricchi di quelle caratteristiche mediante le quali attraverso il linguaggio umano vengano trasmessi con efficacia nell'orazione i sacri misteri della salvezza e l’indefettibile fede della Chiesa, e sia reso a Dio altissimo un culto degno.3

4. Il concilio ecumenico Vaticano II, nelle sue deliberazioni e nei suoi decreti, ha dato singolare importanza ai riti liturgici, alle tradizioni ecclesiastiche e alla disciplina della vita cristiana propri di quelle Chiese particolari, soprattutto orientali, illustri per veneranda antichità e che pertanto in vari modi mettono in luce la tradizione ricevuta dagli apostoli attraverso i padri.4 Il Concilio ha raccomandato che siano conservate integre e intatte le tradizioni di ciascuna di queste Chiese particolari; e così, domandando che i vari riti fossero riveduti secondo la sana tradizione, ha stabilito il principio in forza del quale siano introdotti soltanto quei mutamenti che sono idonei a promuovere uno sviluppo proprio e organico.5 La stessa vigile sollecitudine del resto si richiede nel proteggere e promuovere in modo autentico i riti liturgici, le tradizioni ecclesiastiche e la disciplina della Chiesa latina, specialmente del Rito romano. Si deve avere la medesima cura anche nel lavoro di traduzione nelle lingue vernacole dei libri liturgici, soprattutto del Messale romano, che deve continuare a essere tenuto quale segno e strumento eminente dell’integrità e dell’unità del Rito romano.6

5. È certamente lecito affermare che il Rito romano è già per se stesso un prezioso esempio e strumento di vera inculturazione. Infatti il Rito romano è dotato della particolare caratteristica di poter assimilare testi, canti, gesti e riti assunti dalle consuetudini e dall'indole dei vari popoli e delle Chiese particolari sia dell'Oriente sia dell'Occidente, così da realizzare un’idonea e conveniente unità, che superi i confini delle singole regioni.7 Questa proprietà risalta soprattutto nelle sue orazioni, che offrono la possibilità di superare gli angusti confini delle situazioni e circostanze particolari così da essere le orazioni dei cristiani di ogni luogo e di ogni tempo. L'identità e la sostanziale unità di espressione del Rito romano devono essere conservate con somma diligenza nella preparazione di tutte le traduzioni dei libri liturgici,8 non come un ricordo storico, ma come manifestazione delle realtà teologiche della comunione e dell'unità ecclesiale.9 L'opera di inculturazione dunque, di cui la traduzione nelle lingue vernacole fa parte, non sia considerata quasi come una via per introdurre nuovi generi o famiglie di riti; al contrario occorre che si consideri qualsiasi adattamento, introdotto per rispondere a necessità culturali o pastorali, come parte del Rito romano, e che quindi vi venga armonicamente inserito.10

6. Da quando è stata promulgata la costituzione sulla sacra liturgia, il lavoro promosso dalla sede apostolica per provvedere alla traduzione dei testi liturgici nelle lingue vernacole comportava anche l'emanazione di norme e direttive trasmesse ai vescovi. Tuttavia ci si è resi conto che le traduzioni dei testi liturgici, in diverse regioni, necessitano di perfezionamenti attraverso una revisione o mediante una nuova redazione.11 Omissioni o errori, di cui alcune traduzioni in lingue vernacole sono risultate soffrire fino ad oggi, hanno impedito di fatto un doveroso progresso dell'inculturazione, soprattutto riguardo ad alcune lingue; ne è derivato che alla Chiesa sia venuta a mancare la capacità di gettare le fondamenta di un più pieno, più sano e più vero rinnovamento.

7. Perciò ora sembra necessario, con l'aiuto di una più matura esperienza, esporre in modo nuovo i principi di traduzione, ai quali ci si dovrà attenere, sia nella preparazione integrale delle future traduzioni, sia nella revisione dei testi già in uso, come pure precisare più dettagliatamente alcune norme già emanate, tenendo conto di numerosi problemi e situazioni sorti in questi nostri tempi. Per trarre pienamente beneficio dall'esperienza attinta in questi anni a partire dal Concilio, sembra opportuno che intanto vengano stabilite come orientamento quelle norme che nelle traduzioni fatte si sono rivelate eccellenti, e vengano indicate quelle che invece si devono evitare nelle traduzioni future. In verità pare necessario che si riconsideri la genuina nozione di traduzione liturgica, di modo che le traduzioni della sacra liturgia nelle lingue vernacole siano con sicurezza la voce autentica della Chiesa di Dio.12 La presente istruzione dunque prelude – cercando di prepararla – a una nuova stagione di rinnovamento, che sia consona all'indole e alla tradizione delle Chiese particolari, ma che al tempo stesso garantisca la fede e l'unità di tutta la Chiesa di Dio.

8. Le direttive che vengono stabilite nella presente istruzione sostituiscono tutte le norme pubblicate in passato sulla medesima materia, tranne le direttive dell'istruzione Varietates legitimae, emanata dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti il 25 gennaio 1994; queste nuove norme siano lette in modo complementare con la detta istruzione.13 Le norme contenute nella presente istruzione vanno considerate applicabili alla traduzione dei testi destinati all'uso liturgico nel Rito romano, e, con le dovute modifiche, negli altri riti della Chiesa latina riconosciuti dal diritto.

9. Quando sembrasse opportuno alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, sarà pubblicato, d'accordo con i vescovi interessati, un testo chiamato "regolamento di traduzione", da stabilirsi sotto l'autorità del medesimo dicastero, con il quale si applicheranno più dettagliatamente a una determinata lingua i principi di traduzione esposti nella presente istruzione. Quel documento, secondo l'opportunità, può contenere vari elementi, per esempio un elenco dei vocaboli vernacoli corrispondenti a quelli latini, l'esposizione dei principi che riguardano in modo specifico una determinata lingua, ecc.

I. La scelta delle lingue vernacole da introdurre nell'uso liturgico

10. In primo luogo si deve scegliere attentamente quali lingue introdurre nelle celebrazioni liturgiche. Infatti è opportuno che in ogni territorio sia elaborato un piano pastorale che tenga conto dei principali idiomi ivi in uso, facendo distinzione fra le lingue che il popolo parla spontaneamente e quelle che, non appartenendo alla comunicazione naturale in ambito pastorale, restano soltanto un oggetto di interesse culturale. Nel preparare e attuare questo piano si faccia bene attenzione a non favorire, con la scelta di lingue vernacole da introdurre nell'uso liturgico, la costituzione di gruppi ristretti di fedeli, stante il pericolo di suscitare discordia fra i cittadini a scapito dell'unità dei popoli, e anche a danno dell'unità sia delle Chiese particolari sia della Chiesa universale.

11. In quel piano inoltre si distinguano chiaramente, da un lato, le lingue che sono universalmente accolte per la comunicazione pastorale, e dall'altro quelle che sono in uso nella sacra liturgia. Nel redigere quel piano è bene anche sollevare il problema delle risorse necessarie per l'introduzione dell'uso di una determinata lingua, come il numero di sacerdoti, di diaconi e collaboratori laici capaci di esprimersi in quella lingua, come pure il numero di esperti, pratici e dotati della capacità di preparare le traduzioni di tutti i libri liturgici del Rito romano in sintonia con i principi qui enunciati; come pure la disponibilità di mezzi finanziari e tecnici per realizzare le traduzioni e dare alle stampe libri veramente adatti per l'uso liturgico.

12. Inoltre resta necessaria la distinzione, nell'ambito liturgico, tra lingue e dialetti. In modo particolare, i dialetti, che non sono supportati da una formazione di base accademica e culturale, non possono essere accolti per un uso liturgico pieno, perché non possiedono quella stabilità e quell'estensione che sono necessarie per essere lingue liturgiche su più vasta scala. Ad ogni modo non si aumenti troppo il numero delle lingue liturgiche particolari.14 Questo si rende necessario per far sì che nelle celebrazioni liturgiche all'interno di una medesima nazione sia favorita una certa unità linguistica.

13. Una lingua non ammessa pienamente nell’uso liturgico, non per questo viene del tutto esclusa dall'ambito liturgico. Si può usare, almeno occasionalmente, nella Preghiera dei fedeli, nei testi cantati, nelle monizioni o in parti dell'omelia, soprattutto se si tratta di una lingua propria dei fedeli partecipanti alla celebrazione. Tuttavia resta sempre la possibilità di usare sia la lingua latina sia un'altra lingua molto diffusa nella stessa nazione, anche se è una lingua non di tutti né della maggioranza dei partecipanti qui e ora alla celebrazione liturgica, purché sia evitata qualsiasi discordia tra i fedeli.

14. Dato che l'introduzione delle lingue vernacole nell'uso liturgico, attuata da parte della Chiesa, può influire sullo sviluppo della lingua stessa, anzi determinarlo, si deve fare in modo di promuovere quelle lingue che, quantunque non abbiano forse una lunga tradizione letteraria, sembrino poter essere utilizzate dalla maggioranza delle persone. Bisogna che si eviti la frammentazione dei dialetti, soprattutto nel momento in cui un dialetto passa dalla forma soltanto orale a quella scritta. Per contro, è sempre auspicabile che si favoriscano e si promuovano le forme linguistiche comuni alle comunità umane.

15. Spetta alla conferenza dei vescovi stabilire quali fra le lingue diffuse nel proprio territorio debbano essere introdotte in modo pieno o parziale nell'uso liturgico. Tali decisioni devono ricevere la recognitio della Sede apostolica prima che si avvii in qualsiasi modo il lavoro di traduzione.15 La conferenza dei vescovi, prima di prendere una decisione a tale proposito, non tralasci di raccogliere per iscritto il parere di esperti e di altri che saranno coinvolti nell'impresa; questi pareri, assieme agli altri atti, siano inviati per iscritto alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, accompagnando il tutto con una relazione secondo la traccia esposta qui al n. 16.

16. Per quanto riguarda il giudizio della conferenza dei vescovi con il quale si decide l'introduzione di una lingua vernacola nell'uso liturgico, si devono osservare le seguenti disposizioni (cf. n. 79):16

a) Per la legittima approvazione dei decreti sono richiesti i due terzi dei voti segreti di tutti coloro che nella conferenza dei vescovi godono del diritto di voto deliberativo;

b) Tutti gli atti che devono essere approvati dalla sede apostolica, redatti in duplice copia, firmati dal presidente e dal segretario della conferenza, debitamente muniti del sigillo della medesima, devono essere trasmessi alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. In questi atti siano contenuti i seguenti dati:

i)  i nomi dei vescovi, o di coloro che ad essi sono equiparati per diritto, che parteciparono all'assemblea;

ii) una relazione delle questioni trattate; essa deve riportare l'esito delle votazioni riguardanti i singoli decreti, ivi compreso il numero dei favorevoli, dei contrari e degli astenuti;

iii) una chiara esposizione delle singole parti della liturgia, per le quali si è stabilito l'uso della lingua vernacola.

c) In una relazione separata si faccia una presentazione della lingua in questione e si illustrino le motivazioni a favore dell'introduzione della medesima nell'uso liturgico.

17. Circa l'uso delle lingue "artificiali" che talora nel corso degli anni è stato proposto, l'approvazione dei testi come pure la concessione della facoltà di un loro uso nelle azioni liturgiche sono strettamente riservate alla Santa Sede; tale facoltà viene data soltanto per speciali circostanze e per il bene pastorale dei fedeli, dopo aver consultato i vescovi maggiormente interessati.17

18. Nelle celebrazioni per i fedeli di un'altra lingua, come stranieri, migranti, pellegrini ecc., è permesso, col consenso del vescovo diocesano, celebrare la sacra liturgia nella lingua vernacola conosciuta da queste persone, con l'uso di un libro liturgico che sia già stato approvato dalla competente autorità e che abbia ricevuto la recognitio dalla Sede apostolica.18 Se poi tali celebrazioni ricorrono con maggiore frequenza in determinati periodi, il vescovo diocesano invii alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti una breve relazione nella quale siano descritte le situazioni, il numero dei partecipanti e le edizioni adottate.

II. La traduzione dei testi liturgici nelle lingue vernacole

1. Principi generali validi per ogni traduzione

19. Le parole della sacra Scrittura come pure le altre che sono pronunciate nelle celebrazioni liturgiche, specialmente nelle celebrazioni dei sacramenti, non vanno considerate in primo luogo come se fossero quasi lo specchio della disposizione interiore dei fedeli; esse esprimono delle verità che superano i limiti imposti dal tempo e dal luogo. Infatti attraverso queste parole avviene sempre il colloquio di Dio con la sposa del suo Figlio diletto, lo Spirito santo introduce i fedeli nella conoscenza della verità tutta intera e fa sì che la parola di Cristo abiti in loro con tutta la sua ricchezza; e la Chiesa perpetua e trasmette tutto ciò che essa è e tutto ciò che essa crede, mentre eleva le preghiere di tutti i fedeli a Dio per mezzo di Cristo e nella potenza dello Spirito santo.19

20. I testi liturgici latini del Rito romano, mentre attingono dall'esperienza secolare della Chiesa nel trasmettere la fede ricevuta dai padri, sono anche essi stessi il frutto recente del rinnovamento liturgico. Affinché un patrimonio tanto grande e così abbondanti ricchezze siano custoditi e trasmessi nel corso dei secoli, ci si attenga anzitutto al principio secondo il quale bisogna che la traduzione dei testi liturgici della liturgia romana non sia un'opera di innovazione creativa quanto piuttosto la trasposizione fedele e accurata dei testi originali in lingua vernacola. Benché sia permesso ricorrere a circonlocuzioni e strutturare una sintassi e uno stile atti a rendere scorrevole il testo vernacolo e idoneo all'espressione popolare della preghiera, bisogna che, per quanto è possibile, il testo originale o primigenio sia tradotto con la massima integrità e accuratezza, cioè senza ricorrere a omissioni o aggiunte, quanto al contenuto, e senza introdurre parafrasi o glosse; gli adattamenti al carattere proprio ossia all'indole delle diverse lingue vernacole bisogna che siano sobri e si attuino con cautela.20

21. Soprattutto nelle traduzioni destinate a popoli giunti di recente alla fede di Cristo, la fedeltà e la corrispondenza al significato del testo originale richiedono talora che vocaboli già di uso comune siano adoperati in un senso nuovo, che si creino parole o locuzioni nuove, che talune espressioni dei testi originali siano assunte rendendole con una traslitterazione o adattandone la pronuncia alla lingua vernacola,21 o che si ricorra a figure retoriche per esprimere integralmente il senso della locuzione latina, anche se differiscono da essa per parole e sintassi. Decisioni di questo genere, soprattutto quando si tratta di questioni di grande importanza, siano sottoposte alla deliberazione di tutti i vescovi interessati prima di essere inserite nel testo definitivo. Inoltre se ne dia un dettagliato resoconto nella relazione di cui si tratterà sotto, al n. 79. In modo particolare si proceda con cautela nell'introduzione di vocaboli presi dalle religioni non-cristiane.22

22. Gli adattamenti dei testi secondo gli articoli 37-40 della costituzione Sacrosanctum concilium siano considerati come rispondenti a vere esigenze culturali e pastorali, non scaturite da mera ricerca di novità o varietà, e nemmeno siano intesi come forme per correggere le edizioni tipiche o per modificare l'insieme degli enunciati teologici delle medesime, ma siano guidati dalle norme e procedure contenute nella predetta istruzione Varietates legitimae.23 Perciò le traduzioni nella lingua vernacola dei libri liturgici che vengono presentate alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti al fine di ottenerne la recognitio, oltre alla stessa traduzione con tutti gli eventuali adattamenti esplicitamente prescritti nelle edizioni tipiche, contengano soltanto quegli adattamenti o mutamenti che già godono dell'assenso scritto del medesimo dicastero.

23. Nelle traduzioni di testi di composizione ecclesiastica, anche se è utile esaminarne le fonti e procedere con l'ausilio di supporti storici e scientifici, tuttavia si deve sempre tradurre il testo dell'edizione tipica latina. Ogni volta che nel testo biblico o liturgico sono riportati vocaboli presi da altre lingue antiche (per es. le parole Alleluia e Amen, termini aramaici contenuti nel Nuovo Testamento, parole greche assunte dal Trisagion che vengono proclamate negli Improperi del venerdì santo e il Kyrie eleison dell’Ordo Missae, oltre a molti nomi propri) occorre decidere se conservarli tali e quali nella nuova traduzione vernacola, almeno come una possibile opzione fra le altre. Anzi, un attento rispetto per il testo originale talora consiglierà di procedere proprio in questo modo.

24. Peraltro non è consentito fare la traduzione a partire da altre traduzioni già realizzate in altre lingue; le traduzioni vanno fatte direttamente dai testi originali cioè dal latino, per quanto attiene a testi liturgici di composizione ecclesiastica, dall'ebraico, aramaico o greco, se è il caso, quando si tratta di testi delle sacre Scritture.24 Allo stesso modo nel preparare le traduzioni dei libri sacri per l'uso liturgico, normalmente ci si riferisca al testo della Neo-Volgata promulgato dalla Sede apostolica, come è detto altrove nella presente istruzione, per conservare la tradizione esegetica che è propria della liturgia latina.

25. Affinché il contenuto del testo originale sia accessibile anche ai fedeli che non hanno avuto una formazione intellettuale specifica e sia da essi compreso, le traduzioni vengano realizzate con l'impiego di termini facilmente comprensibili, ma che al tempo stesso rispettino la dignità, la bellezza e l'esatto contenuto dottrinale dei testi.25 Attraverso le espressioni di lode e di adorazione, che predispongono l'animo a un atteggiamento di rispetto e gratitudine verso la maestà di Dio, la sua potenza, la sua misericordia e la sua natura trascendente, le traduzioni contribuiscono a colmare la fame e la sete del Dio vivente, sperimentate dal popolo del nostro tempo, mentre conferiscono dignità e bellezza alla celebrazione liturgica stessa.26

26. Il carattere dei testi liturgici, in quanto potentissimo mezzo per inculcare nella vita dei fedeli gli elementi della fede e della morale cristiana,27 dev'essere conservato con la massima cura nelle traduzioni. Così pure, la traduzione dei testi dev'essere in piena sintonia con la sana dottrina.

27. Anche se si devono evitare vocaboli e modi espressivi che, per il loro carattere troppo inusitato e strano, ostacolano una facile comprensione, tuttavia i testi liturgici devono essere considerati come la voce della Chiesa in preghiera più che la voce di gruppi particolari o di singoli uomini; perciò devono essere svincolati da una troppo servile aderenza a modi espressivi del momento. Se talvolta nei testi liturgici si possono usare vocaboli o espressioni che si discostano dal modo abituale e quotidiano di comunicare, non di rado questo avviene per far sì che i testi risultino di fatto più facili da imparare a memoria e più efficaci nell'esprimere le realtà soprannaturali. Anzi sembra che l'osservanza dei principi esposti in questa istruzione contribuisca a sviluppare gradualmente in ogni lingua vernacola uno stile sacro, che sia riconosciuto anche come linguaggio propriamente liturgico. Così può accadere che un certo modo di parlare, ritenuto piuttosto obsoleto nell'uso quotidiano, continui a essere conservato nel contesto liturgico. Similmente, nella traduzione di passi biblici, dove si trovano vocaboli o espressioni particolarmente sgraziati, si deve evitare la tendenza sconsiderata a espungere questa loro caratteristica. Questi principi, in effetti, mettono la liturgia al riparo dalla necessità di revisioni frequenti, richieste da modi di esprimersi diversi, scomparsi dall'uso popolare corrente.

28. La sacra liturgia impegna non solo l'intelligenza dell'uomo, ma anche tutta la persona, che è "soggetto" di partecipazione piena e consapevole nella celebrazione liturgica. Perciò i traduttori lascino che i segni e le immagini dei testi e le azioni rituali parlino da soli, e non cerchino di rendere troppo esplicito ciò che è implicito nel testo originale. Per lo stesso motivo ci si astenga prudentemente dall'aggiungere testi esplicativi non contenuti nell'edizione tipica. Inoltre si abbia cura di conservare nelle edizioni in lingua vernacola almeno alcuni testi in lingua latina, tratti soprattutto dall'inestimabile tesoro del canto gregoriano, che la Chiesa riconosce come proprio della liturgia romana, e che perciò nelle azioni liturgiche, a parità, deve occupare il primo posto.28 Questo canto infatti ha la capacità somma di elevare lo spirito umano verso le realtà superne.

29. Spetta all'omelia e alla catechesi esporre il senso dei testi liturgici,29 così che sia posto accuratamente in luce il pensiero della Chiesa circa i membri delle Chiese particolari o delle comunità ecclesiali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica, delle comunità ebraiche o circa i seguaci di altre religioni, come pure riguardo alla vera dignità e uguaglianza di tutti gli uomini.30 Allo stesso modo è compito dei catechisti o di chi tiene l'omelia trasmettere una retta interpretazione dei testi, scevra da qualsiasi pregiudizio o ingiusta discriminazione basata su persone, sesso, condizione sociale, razza o altri criteri, che non si trovano affatto nei testi della sacra liturgia. Benché una tale considerazione possa talvolta dimostrarsi utile, al fine di scegliere fra traduzioni diverse di una determinata locuzione, tuttavia non se ne tragga pretesto per modificare un testo biblico o liturgico regolarmente promulgato.

30. In molte lingue ci sono nomi e pronomi che presentano la medesima forma comune ad ambedue i generi, il maschile e il femminile. La richiesta di mutare tale uso non deve necessariamente essere considerata come conseguenza o manifestazione di autentico progresso della lingua in questione. Anche se è necessario fare attenzione nella catechesi affinché tali vocaboli continuino ad essere intesi in questo loro significato "inclusivo", tuttavia nella loro traduzione spesso non è possibile usare vocaboli diversi senza pregiudicare le sfumature presenti nel testo, l'armonioso rapporto delle varie parole e locuzioni o il loro equilibrio estetico. Per esempio, se il testo originale usa un solo vocabolo per esprimere il legame fra il singolo uomo e la totalità e unità della famiglia o comunità umana (come la parola ebraica ’adam, greco anthropos, latino homo) questo modo di esprimersi della lingua del testo originale dev'essere conservato nella traduzione. Come è avvenuto in altri periodi della storia, la Chiesa stessa deve in piena libertà stabilire le modalità d'uso della lingua, che meglio si confanno alla sua missione magisteriale, senza sottostare a norme linguistiche imposte dall'esterno che siano dannose per questa missione.

31. In particolare: deve essere evitata la scelta di ricorrere sistematicamente a soluzioni avventate, come la sostituzione sconsiderata di vocaboli, il cambio dal singolare al plurale, la divisione in maschile e femminile di un'unica voce che esprime un'entità collettiva, oppure l'introduzione di vocaboli impersonali o astratti. Tutti questi interventi possono impedire la trasmissione del senso pieno e integrale di una parola o di un’espressione del testo originale. Tali soluzioni presentano il pericolo di introdurre difficoltà teologiche e antropologiche nella traduzione. Le altre norme particolari sono queste:

a) Quando si tratta di Dio onnipotente o delle singole persone della santissima Trinità, si deve mantenere la verità della tradizione e la prassi di ciascuna lingua circa l'attribuzione del genere.

b) Particolare cura va posta affinché i vocaboli composti "Filius hominis" (Figlio dell'uomo) siano riportati con fedeltà ed esattezza. La grande importanza cristologica e tipologica di questa espressione richiede anche per l'intera traduzione che si adotti una regola linguistica che garantisca la comprensione di questi vocaboli composti nel contesto di tutta la traduzione.

c) Il vocabolo "patres" (padri), che si trova in molti passi biblici e in testi liturgici di composizione ecclesiastica, sia tradotto nelle lingue vernacole con un vocabolo maschile idoneo, a seconda che nel contesto ci si voglia riferire sia ai patriarchi o re del popolo eletto nell'Antico Testamento sia ai padri della Chiesa.

d) Per quanto possibile in una determinata lingua vernacola, l'uso del pronome femminile è da preferirsi a quello neutro, se riferito alla Chiesa.

e) I vocaboli che esprimono affinità familiare o altre relazioni, come "frater", "soror" ecc., e che secondo il contesto sono chiaramente o maschili o femminili, siano mantenuti nella traduzione.

f) Il genere grammaticale di angeli, demoni e divinità pagane secondo il testo originale, nella lingua vernacola va mantenuto per quanto possibile.

g) In tutti questi casi è necessario che ci si attenga ai principi esposti sopra ai nn. 27 e 29.

32. Non è consentito che la traduzione riduca entro confini più stretti il senso pieno del testo originale. Perciò si devono evitare espressioni proprie delle pubblicità commerciali o dei programmi politici e ideologici, modi di dire caduchi o soggetti a variazioni regionali o termini di significato ambiguo. I manuali di stile ad uso accademico o opere similari, essendo piuttosto permissivi verso queste tendenze, non possono essere considerati una buona guida per la traduzione liturgica. Ma le opere comunemente considerate "classiche" in ciascuna lingua vernacola possono essere utili quale modello appropriato per quanto riguarda il vocabolario e l'uso.

33. L'uso di lettere maiuscole nei testi liturgici dell'edizione tipica latina come pure nella traduzione liturgica della sacra Scrittura – sia a titolo di onore sia per altra ragione d'una certa importanza quanto al significato teologico – sia mantenuto nella lingua vernacola, almeno per quanto la struttura di ogni data lingua lo consenta.

2. Altre norme riguardanti le versioni della sacra Scrittura e la preparazione dei Lezionari

34. È preferibile realizzare una versione della sacra Scrittura che, nel rispetto dei principi di una sana esegesi e di un eccellente livello letterario, tenga conto anche delle particolari esigenze dell'uso liturgico per quanto attiene lo stile, la scelta delle parole e l'opzione fra l'una o l'altra interpretazione.

35. Dove non è disponibile una tale versione della sacra Scrittura in una determinata lingua, sarà necessario giovarsi di una versione già esistente, e cambiare opportunamente la traduzione, in modo da renderla idonea all'uso nel contesto liturgico, secondo i principi esposti in questa istruzione.

36. Affinché i fedeli possano imparare a memoria almeno i testi più significativi della sacra Scrittura, ed esserne permeati anche nelle loro preghiere personali, è di somma importanza che la traduzione dei libri sacri destinata all'uso liturgico sia caratterizzata da uniformità e stabilità, così che su tutto il territorio ci sia una sola traduzione approvata, che sia usata in tutte le parti dei vari libri liturgici. Tale stabilità è auspicata soprattutto nelle traduzioni dei libri sacri di uso più frequente, come il Salterio, che è il libro di preghiere fondamentale per il popolo cristiano.31 Le conferenze dei vescovi sono vivamente incoraggiate a provvedere per i loro territori affidando l'incarico per l'edizione di una traduzione integrale della sacra Scrittura, destinata allo studio e alla lettura privata dei fedeli, e che si accordi in ogni sua parte con il testo usato nella sacra liturgia.

37. Se la traduzione biblica, a partire dalla quale è composto il Lezionario, presenta letture che differiscono da quelle proposte nel testo liturgico latino, occorre cercare che esse si conformino alla Neo-Volgata per quanto concerne la definizione del testo canonico delle sacre Scritture.32 Perciò nei testi deuterocanonici e altrove, cioè dove ci sono tradizioni manoscritte diverse, la traduzione liturgica dev'essere fatta secondo la tradizione che è stata seguita dalla Neo-Volgata. Se una certa traduzione già pubblicata ha operato una scelta in contrasto con quelle della Neo-Volgata, in ciò che concerne la tradizione testuale soggiacente, l'ordine dei versetti o cose simili, bisogna rimediare alle divergenze nella preparazione di qualunque Lezionario in modo da mantenere questa conformità al testo liturgico latino approvato. Nella preparazione di nuove traduzioni sarà utile, benché non obbligatorio, che la numerazione dei versetti segua quanto più rigorosamente possibile questo testo.

38. Spesso accade che, sulla base di traduzioni di edizioni critiche e con l'approvazione degli esperti, sia introdotta una diversa lezione di un versetto. Questo non è consentito nel caso di testi liturgici, se si tratta di elementi che sono importanti per il loro rapporto con il contesto liturgico, oppure se ci si allontana dai principi enunciati in questa istruzione. Quanto ai passi intorno ai quali manca il consenso della critica testuale, si tenga conto soprattutto delle scelte operate nel testo latino approvato.33

39. L'estensione esatta delle pericopi bibliche sia in tutto conforme all'Ordo lectionum missae o ad altri testi liturgici approvati e che abbiano ricevuto la recognitio, a seconda dei casi.

40. Nel rispetto dei postulati di una sana esegesi, si ponga ogni cura per mantenere la formulazione dei passi biblici comunemente usata nella catechesi e nelle orazioni della devozione popolare. D'altra parte occorre impegnarsi a fondo per evitare un vocabolario o uno stile che i fedeli cattolici potrebbero facilmente confondere con i modi espressivi delle comunità ecclesiali non cattoliche o di altre religioni, affinché non ne derivi confusione o sia creato disagio.

41. Ci si impegni affinché le traduzioni siano conformi all'interpretazione dei passi biblici trasmessa dall'uso liturgico e dalla tradizione dei padri della Chiesa, soprattutto quando si tratta di testi di grande importanza, come i salmi e le letture usate nelle principali celebrazioni dell'anno liturgico; in questi casi occorre vigilare attentamente che la traduzione esprima il senso cristologico, tipologico o spirituale tramandato e manifesti l'unità e il nesso fra l'Antico e il Nuovo Testamento.34 Perciò:

a) conviene attenersi alla Neo-Volgata, quando fosse necessario scegliere, fra i diversi modi possibili di tradurre un testo, quello più idoneo ad esprimere il senso dato al testo dalla lettura tradizionale e accolto nella tradizione liturgica latina;

b) a tale scopo ci si riferisca anche alle antiche traduzioni della sacra Scrittura, come la versione greca dell'Antico Testamento comunemente detta la "Settanta", che è stata usata dai fedeli fin dai primi tempi della Chiesa;35

c) secondo una tradizione immemorabile, già posta in evidenza nella citata versione dei "Settanta", il nome di Dio onnipotente, espresso in ebraico dal tetragramma sacro (JHWH), e tradotto in latino con la parola Dominus, sia reso in ogni lingua vernacola con un vocabolo di significato equivalente.

Infine i traduttori siano vivamente invitati a prendere in attenta considerazione la storia dell'esegesi quale si può desumere dai passi biblici citati negli scritti dei padri della Chiesa e anche dalle illustrazioni della Bibbia frequentemente presentate nell'arte e negli inni liturgici cristiani.

42. Benché si debba fare attenzione a non porre in ombra il contesto storico dei passi biblici, il traduttore della parola di Dio annunciata nella liturgia si ricordi che non va considerata come un documento puramente storico. Infatti il testo biblico tratta non solo degli uomini ed eventi illustri dell'Antico e del Nuovo Testamento, ma anche dei misteri della salvezza, e si riferisce ai fedeli del nostro tempo e alla loro vita. Rispettando sempre la fedeltà al testo originale, quando una parola o un'espressione offre una scelta fra più modi possibili di tradurre, si orienti la scelta in modo da condurre l'uditore a riconoscere quanto più possibile se stesso e gli aspetti della propria vita nelle persone e avvenimenti presentati nel testo.

43. Tutti i modi espressivi che presentano immagini e azioni di esseri celesti sotto forma umana o li esprimono con termini definiti e concreti, cosa che avviene assai di frequente nel linguaggio biblico (antropomorfismi), conservano sempre la loro forza quando sono tradotti letteralmente, come nell'edizione Neo-Volgata i vocaboli ambulare (camminare), brachium (braccio), digitus (dito), manus (mano), vultus (volto) di Dio, caro (carne), cornu (corno), os (bocca), semen (seme), visitare (visitare); è preferibile non darne spiegazioni o interpretazioni con termini vernacoli più astratti o vaghi. Per quanto concerne taluni termini come quelli che nella Neo-Volgata sono tradotti con anima e spiritus si faccia attenzione ai principi esposti sopra ai nn. 40-41. Perciò si deve evitare di usare in riferimento a essi un pronome personale o una parola più astratta, a meno che, in un determinato caso, sia strettamente necessario. Ci si ricordi infatti che la traduzione letterale di espressioni che sono colte con meraviglia nel parlare vernacolo, per questo stesso fatto possono stimolare l'interesse dell'uditore e offrire l'occasione per un insegnamento catechetico.

44. Affinché la traduzione sia più idonea ad essere proclamata nella liturgia, è necessario che si eviti ogni espressione ambigua per chi l'ascolta o tanto complicata da risultargli incomprensibile.

45. Oltre a quanto detto nelle Premesse dell'Ordo lectionum Missae, nella preparazione del Lezionario biblico in lingua vernacola ci si attenga ai principi seguenti:

a) I passi della sacra Scrittura riportati nelle Premesse corrispondano in tutto con la traduzione dei medesimi nelle letture bibliche contenute nel Lezionario.

b) Così pure i titoli che esplicitano l'argomento, premessi alle letture, mantengano esattamente la traduzione biblica usata nella lettura stessa, se questa corrispondenza c'è nell'Ordo lectionum Missae.

c) Similmente infine le parole, come sono prescritte nell'Ordo lectionum Missae, poste all'inizio della lettura e dette "incipit", seguano quanto più fedelmente possibile la versione biblica in lingua vernacola, dalla quale come d'uso sono state prese, e non seguano altre traduzioni. Per quanto riguarda gli elementi di questa che non sono del testo biblico, nella composizione dei Lezionari siano accuratamente tradotti dal latino nella lingua vernacola, a meno che la conferenza dei vescovi non abbia chiesto e ottenuto la previa autorizzazione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti a seguire un modo di introdurre le letture diverso.

3. Norme circa la traduzione di altri testi liturgici

46. Le norme sopra stabilite e quelle riguardanti la sacra Scrittura si devono applicare, con i dovuti adattamenti, anche ai testi liturgici di composizione ecclesiastica.

47. Poiché conviene che la traduzione trasmetta il tesoro perenne di orazioni espresso in una determinata lingua, che possa cioè essere compresa nel "contesto culturale" al quale è destinata, ci sia anche la persuasione che la vera preghiera liturgica non solo è costituita dal carattere proprio di questa cultura, ma che essa stessa concorre a forgiare questa cultura; perciò non c'è da meravigliarsi se può differire alquanto dal linguaggio ordinario. La traduzione liturgica che tiene in dovuto conto l'autorità e l'integrità del senso dei testi originali giova a formare una lingua sacra vernacola, dove i vocaboli, la sintassi, la grammatica siano propri del culto divino, benché non cessino d'avere forza e autorità nel linguaggio quotidiano, come accade nelle lingue dei popoli di più antica evangelizzazione.

48. I testi delle principali festività che ricorrono nel corso dell'anno liturgico siano offerti ai fedeli in una traduzione facile da tenere a memoria, così che possano essere utilizzati anche nelle preghiere personali.

A. Vocaboli

49. È una caratteristica della tradizione liturgica romana e di altri riti cattolici l'avere nelle proprie orazioni un coerente sistema di vocaboli e di espressioni, sanciti dai libri della sacra Scrittura e dalla tradizione ecclesiale, e soprattutto dagli scritti dei padri della Chiesa. Per questo motivo il modo di tradurre i libri liturgici favorisca una corrispondenza fra il testo biblico stesso e i testi liturgici di composizione ecclesiastica contenenti parole bibliche o riferimenti almeno impliciti alla Bibbia.36 Nella traduzione di tali testi occorre che il traduttore sia guidato dal modo di esprimersi proprio della traduzione della sacra Scrittura già approvata per l'uso liturgico nei territori ai quali la traduzione è destinata. Al tempo stesso, per non appesantire il testo è importante fare attenzione a non insistere troppo nell'esplicitare le sottigliezze delle allusioni bibliche.

50. Poiché i libri liturgici del Rito romano contengono molte parole fondamentali della tradizione teologica e spirituale della Chiesa romana, si ponga grande cura nel mantenere questo vocabolario, a non sostituirlo con altri termini estranei all'uso liturgico e catechetico del popolo di Dio in un determinato contesto culturale ed ecclesiale. Perciò si devono osservare specialmente i seguenti principi:

a) Nella traduzione di parole che hanno una rilevanza teologica particolare, si cerchi una conveniente corrispondenza tra il testo liturgico e la traduzione in lingua vernacola del Catechismo della Chiesa cattolica approvata dall'autorità, se una tale traduzione esiste o è in preparazione nella lingua in questione o in una lingua molto affine.

b) Parimenti, quando non fosse appropriato mantenere lo stesso vocabolo o la stessa espressione nel testo liturgico come nel Catechismo, il traduttore deve fare in modo che venga reso tutto il senso dottrinale e teologico che è contenuto nei vocaboli e nell'insieme del testo stesso.

c) I vocaboli che si sono via via sviluppati in una lingua vernacola per distinguere i singoli ministri della liturgia, i vasi sacri, le suppellettili e le vesti da persone e cose simili nella vita ed uso quotidiano, siano conservati e non vengano sostituiti da parole prive di tale carattere sacro.

d) Nella traduzione di parole di grande importanza dev'essere mantenuto un criterio costante nel corso delle varie parti della liturgia, tenendo dovuto conto delle norme formulate sotto al n. 53.

51. Tuttavia alla varietà di vocaboli esistente nel testo originale corrisponda, per quanto è possibile, una varietà nelle traduzioni. Per esempio, se nella lingua vernacola si usa uno stesso termine per tradurre una varietà di verbi latini, come satiari, sumere, vegetari e pasci da un lato, o di nomi come caritas o dilectio dall'altro, o anche termini come anima, animus, cor, mens e spiritus, la ripetizione può rendere il testo noioso e scontato. Così pure una carenza nella traduzione dei vari modi di rivolgersi a Dio, come Domine, Deus, Omnipotens aeterne Deus, Pater ecc. o delle varie parole che esprimono la supplica, può rendere monotona la traduzione e impoverire la ricchezza e lo splendore del modo con cui nel testo originale viene espressa la relazione tra i fedeli e Dio.

52. Il traduttore si sforzi di conservare la denotazione, cioè il senso primario delle parole e delle espressioni che si trovano nel testo originale, come pure la connotazione, cioè le sfumature di significato o emotive da esse evocata, e così fare in modo che il testo resti aperto ad altri livelli di significato, che forse erano espressamente voluti dal testo originale.

53. Ogni volta che un vocabolo latino ha una notevole rilevanza ed è difficile tradurlo con esattezza in una lingua del nostro tempo (come le parole munus, famulus, consubstantialis, propitius ecc.), nella traduzione si possono adottare varie soluzioni: esprimerlo con un'unica parola o con una circonlocuzione, oppure creare una parola nuova, eventualmente adattata o trascritta con una ortografia modificata rispetto al testo originale (cf. sopra, n. 21), o introdurre una parola già esistente dotata di più significati.37

54. Nelle traduzioni si eviti una tendenza ad introdurre la psicologia; ciò accade soprattutto quando si sostituiscono le espressioni che trattano delle virtù teologali con altre che si riferiscono soltanto ai sentimenti umani. Per quanto concerne le parole o le locuzioni con le quali si esprime la nozione teologica della causalità propriamente divina (per esempio espressa in latino con le parole praesta ut…), si deve evitare di tradurre sostituendole con parole o locuzioni che esprimono soltanto una specie di aiuto estrinseco o profano.

55. Certi vocaboli che, a prima vista, sembrano essere stati introdotti nel testo latino liturgico per ragioni metriche o per altri motivi di tecnica letteraria, in realtà spesso hanno un significato propriamente teologico e quindi, nelle traduzioni, per quanto è possibile, devono essere conservati. È necessario che i termini che esprimono gli aspetti dei misteri della fede e la retta disposizione d'animo dei cristiani siano tradotti con somma precisione.

56. Certi termini, che appartengono al tesoro di tutta la Chiesa delle origini o alla maggior parte di essa, e altri che si sono aggiunti al patrimonio intellettuale universale, nella traduzione siano conservati, per quanto possibile, alla lettera, come le parole di risposta del popolo Et cum spiritu tuo o le espressioni mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, nell'atto penitenziale dell’Ordo Missae.

B. La sintassi, lo stile e il genere letterario

57. Il carattere peculiare del Rito romano di riuscire ad esprimere le realtà in modo breve e conciso, sia conservato, per quanto è possibile, nella traduzione. Inoltre, nelle varie sezioni dei libri liturgici, sembra assai opportuno tradurre la medesima espressione allo stesso modo. Ci si deve attenere ai seguenti principi:

a) La relazione tra gli enunciati, così come si presenta, per esempio nelle proposizioni subordinate e relative, nella disposizione delle parole e nei vari tipi di parallelismo, sia conservata, per quanto è possibile, pienamente nel modo appropriato alla lingua vernacola.

b) Nella traduzione dei vocaboli contenuti nel testo originale si rispetti, per quanto possibile, la stessa persona, il numero e il genere.

c) Il significato teologico delle parole che esprimono causalità, finalità o conseguenza (come ut, ideo, enim e quia) sia conservato, benché vengano usati modi diversi di dire secondo le varie lingue.

d) I principi esposti sopra (al n. 51) e riguardanti la varietà di vocaboli siano rispettati anche per quanto riguarda la varietà della sintassi e dello stile dei medesimi (per esempio per la posizione all'interno della colletta dei vocaboli in caso vocativo riferiti a Dio).

58. Il genere letterario e retorico dei vari testi della liturgia romana dev'essere conservato.38

59. Poiché i testi liturgici per loro stessa natura sono destinati a essere proclamati oralmente e a essere ascoltati durante la celebrazione liturgica, certi modi di esprimersi sono loro propri e differiscono dall'uso comune di parlare o dai testi letti privatamente in silenzio; ad esempio, alcuni moduli ricorrenti e riconoscibili di sintassi e di stile, il tono solenne o sublime, l'allitterazione e l'assonanza, le immagini concrete e vivide, la ripetizione, il parallelismo e il contrasto, un certo ritmo e talvolta l'impeto lirico delle composizioni poetiche. Se non è possibile adottare nella lingua vernacola gli stessi elementi stilistici del testo originale (come capita spesso nel caso dell'allitterazione o dell’assonanza), tuttavia il traduttore deve considerare l'impatto di questi elementi nell'animo dell'uditore quanto al tema o quanto al contrasto fra le nozioni o all'enfasi ecc. Occorre poi con una certa cura far uso di tutte le potenzialità della lingua vernacola, per raggiungere integralmente, per quanto possibile, questa finalità, non soltanto quanto al soggetto trattato, ma anche per quanto riguarda altri aspetti. Nei testi poetici, occorre maggiore flessibilità nella traduzione, per conservare la funzione di una certa forma letteraria nell'esprimere il contenuto del testo. Nondimeno le espressioni che hanno una particolare importanza dottrinale e spirituale o quelle che sono particolarmente note, per quanto possibile, siano tradotte letteralmente.

60. Gran parte dei testi liturgici è stata composta per essere cantata dal sacerdote celebrante, dal diacono, dal cantore, dal popolo o dalla schola cantorum. Perciò occorre che il testo sia tradotto in modo da poter essere musicato. Tuttavia nell'adattare il testo per essere messo in musica si presti piena attenzione all'autorità del testo stesso, cosicché per rendere più facile il canto non si sostituiscano con parafrasi i testi presi dalla sacra Scrittura o quelli desunti dalla liturgia e che hanno già ricevuto la recognitio, né si adottino inni che siano considerati genericamente equivalenti.39

61. I testi destinati al canto hanno un'importanza particolare perché fanno sperimentare ai fedeli il senso della solennità della celebrazione e manifestano attraverso l'unità delle voci l'unità nella fede e nella carità.40 Gli inni e i cantici contenuti nelle edizioni tipiche contemporanee costituiscono soltanto una minima parte dell'immenso tesoro storico della Chiesa latina ed è assai importante che siano conservati nelle edizioni stampate in lingua vernacola, anche se riportati accanto ad altri, scritti direttamente in lingua vernacola. I testi dei canti che sono composti in lingua vernacola dovrebbero essere attinti preferibilmente dalla sacra Scrittura e dal patrimonio liturgico.

62. Taluni testi liturgici di composizione ecclesiastica accompagnano le varie azioni rituali espresse da un particolare atteggiamento del corpo, da gesti e dall'uso di simboli. Perciò bisogna che nel mettere in opera traduzioni adeguate si tenga conto di elementi come il tempo necessario per la recita del testo, la sua idoneità alla recitazione, o al canto, o alla ripetizione costante, ecc.

4. Norme riguardanti tipi speciali di testi
A. Le preghiere eucaristiche

63. Il culmine dell’intera azione liturgica è la celebrazione della messa, nella quale a sua volta la preghiera eucaristica o anafora occupa il primo posto.41 Perciò le traduzioni delle preghiere eucaristiche approvate devono essere preparate con somma cura soprattutto quanto alle formule sacramentali, per le quali è prescritta una speciale procedura descritta oltre, ai nn. 85-86.

64. Le eventuali successive revisioni delle traduzioni non devono mutare senza necessità in modo rilevante il testo vernacolo già approvato delle preghiere eucaristiche, che i fedeli hanno gradatamente memorizzato. Ogni volta che si ritiene necessaria una traduzione del tutto nuova, si osservino le norme esposte sotto al n. 74.

B. Il Simbolo o professione di fede

65. Il Simbolo o professione di fede ha lo scopo di permettere che il popolo intero radunato dia una risposta alla parola di Dio proclamata nelle letture tratte dalla sacra Scrittura e spiegata attraverso l'omelia e, pronunciando una regola di fede con una formula approvata per l'uso liturgico, dichiari e confessi i grandi misteri della fede.42 Il Simbolo dev'essere tradotto con i termini precisi che gli ha riservato, mantenendo l'uso della prima persona singolare, la tradizione della Chiesa latina, che dichiara espressamente: "la professione di fede è presentata nel simbolo a nome di tutta la Chiesa, che deve alla fede la sua unità".43 Inoltre le parole carnis resurrectionem vanno tradotte letteralmente ogni volta che è prescritto o si può usare nella liturgia il Simbolo apostolico.44

C. Le "Premesse", le rubriche e i testi a carattere giuridico

66. Tutte le parti di uno stesso libro devono essere presentate sotto forma di una traduzione che segua la stessa presentazione del testo latino dell'editio typica, senza eccettuare l'Institutio generalis, i Praenotanda, le istruzioni poste prima dei diversi riti, nonché le rubriche particolari, che costituiscono il supporto di tutta la struttura della liturgia.45 La distinzione tra le differenti funzioni liturgiche e i termini indicanti i diversi ministri della liturgia, così come appare nelle rubriche dell'editio typica, deve essere preservata con esattezza nella traduzione, secondo quanto precedentemente indicato al riguardo al n. 50c.46

67. Laddove i Praenotanda o altri testi di editiones typicae richiedano esplicitamente, indicando in maniera specifica il punto, degli adattamenti o delle precisazioni da parte della conferenza dei vescovi, come per esempio le parti del Messale che devono essere regolate più precisamente dalla conferenza dei vescovi, è permesso introdurre queste disposizioni nel testo,47 a condizione che abbiano ottenuto precedentemente la recognitio della Sede apostolica. Per la loro stessa natura, non è conveniente, in tal caso, che queste parti siano tradotte esattamente come si presentano nell'editio typica. Nondimeno bisogna fare menzione dei decreti d'approvazione della conferenza dei vescovi, così come della susseguente recognitio della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

68. Nelle edizioni in lingua vernacola, bisogna porre all'inizio i decreti per mezzo dei quali sono state promulgate le editiones typicae dal dicastero competente della Sede apostolica, secondo le indicazioni contenute nel n. 78. Bisogna anche inserire i decreti che contengono la recognitio delle traduzioni da parte della Santa Sede, oppure fare menzione dei medesimi con il giorno, il mese, l'anno e il numero di protocollo del decreto emesso dal dicastero. Poiché sono anche documenti storici, i nomi dei dicasteri e degli altri organismi della Sede apostolica devono essere tradotti esattamente, secondo lo stato delle cose al giorno della promulgazione del documento, e non devono essere ritoccati per riflettere il nome attuale di quello stesso organismo o di quello oggi corrispondente.

69. Le edizioni dei libri liturgici stabilite in lingua vernacola devono corrispondere sotto tutti i loro aspetti con i titoli, l'ordine dei testi, le rubriche e la numerazione che compaiono nell'editio typica, salvo se i Praenotanda di questi libri dispongono altrimenti. Bisogna inserire inoltre gli elementi supplementari approvati dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, sia in un supplemento sia in un'appendice, secondo ciò la Sede apostolica avrà deciso.

III. La preparazione delle traduzioni e l’erezione delle commissioni

1. Criteri di preparazione di una traduzione

70. In ragione del fatto che i vescovi sono incaricati di disporre le traduzioni liturgiche,48 questo particolare lavoro viene affidato a una commissione liturgica debitamente costituita dalla conferenza dei vescovi. Laddove manchi una tale commissione, il compito di disporre la traduzione sarà limitato a due o tre vescovi, esperti in liturgia, studi biblici, filologia o musica.49 Quanto all'esame e all’approvazione dei testi, tutti e ciascun vescovo devono considerare quest'incarico una questione fiduciaria, diretta, solenne e personale.

71. Nelle nazioni in cui si usano più lingue, le traduzioni devono essere realizzate in più lingue vernacole e il loro esame sarà affidato ai vescovi interessati.50 Nondimeno, spetta alla conferenza dei vescovi in quanto tale il diritto e la potestà in merito ai diversi atti menzionati nella presente istruzione come di essa propri; ed è dunque a tutta la conferenza dei vescovi che spetta approvare i testi e trasmetterli alla Sede apostolica per la recognitio.

72. I vescovi, allorché adempiono all'incarico loro affidato di preparare le traduzioni dei testi liturgici, devono provvedere con cura a che le traduzioni siano il risultato di un lavoro realizzato in comune più che quello di una sola o di un gruppo ristretto di persone.

73. Ogni volta che si verifica la promulgazione di un'editio typica in lingua latina di un libro liturgico, è necessario che sia elaborata una traduzione di questo stesso libro, che, una volta approvata dalla conferenza dei vescovi, deve essere inviata alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti per la recognitio, secondo le norme esposte in questa istruzione, tenendo conto delle altre norme giuridiche.51 Se si tratta solamente di modifiche di una parte dell'editio typica latina, o dell'inserimento di certi nuovi elementi, queste innovazioni devono essere inserite totalmente e fedelmente in tutte le edizioni in lingua vernacola che seguiranno.

74. È necessario che sia osservata una certa stabilità, per quanto possibile, nelle edizioni che si succedono in una lingua moderna. I passaggi che devono essere memorizzati dal popolo, specialmente se messi in musica, non vanno modificati se non per una causa giusta e di notevole importanza. Nondimeno, se si rivela necessario introdurre delle modifiche particolarmente rilevanti al fine di rendere il testo conforme alle norme di questa istruzione, sarà opportuno che esse siano presentate tutte nello stesso tempo. Se ciò dovesse avvenire, conviene che un appropriato periodo di catechesi accompagni l’edizione del nuovo testo.

75. La traduzione dei libri liturgici richiede non solo conoscenze di grado elevato, ma anche uno spirito di preghiera e la fiducia nell'aiuto di Dio, che non è accordato solo ai traduttori, ma alla Chiesa stessa, lungo tutto il processo che conduce all'approvazione di un testo stabile e definitivo. È indispensabile che ogni persona incaricata della preparazione della traduzione di libri liturgici dia prova di essere particolarmente dotata di una disponibilità d’animo ad accettare che il suo lavoro possa essere valutato e revisionato da altri. Inoltre, tutte le traduzioni e i testi redatti in lingua vernacola, ivi compresi i Praenotanda e i testi delle rubriche, devono essere presentati senza il nome dell'autore, che si tratti di un solo individuo o di un'istituzione collettiva, come si fa nelle editiones typicae.52

76. Per un’efficace applicazione delle disposizioni del concilio Vaticano II sulla sacra liturgia, alla luce dell'esperienza di quasi quarant'anni di rinnovamento liturgico conciliare, risulta che le traduzioni dei testi liturgici – almeno nelle lingue più diffuse – sono necessarie non solo ai vescovi che sono alla guida delle Chiese particolari, ma anche alla Sede apostolica stessa, affinché essa possa esercitare al meglio la sua sollecitudine universale verso i fedeli nella città di Roma e nel mondo intero. Infatti, nella diocesi di Roma, specialmente in numerose Chiese e istituzioni della città che dipendono da questa stessa diocesi o da organismi della Santa Sede, come nelle attività dei dicasteri della curia romana e delle rappresentanze pontificie, si utilizzano frequentemente le principali lingue, anche nelle celebrazioni liturgiche. Per questo è parso opportuno che in futuro la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti partecipi in maniera più stretta al lavoro di preparazione delle traduzioni nelle principali lingue.

77. Inoltre, per quel che riguarda le lingue principali, è necessario realizzare una traduzione integrale di tutti i libri liturgici in un lasso di tempo ragionevole. Le traduzioni precedenti approvate ad interim devono essere perfezionate o interamente riviste, secondo il caso, poi sottoposte ai vescovi in vista della loro approvazione definitiva secondo le norme esposte in questa istruzione, e in seguito inviate alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, per richiedere la recognitio della Sede apostolica.53

78. Quando si tratta di lingue meno usate, approvate per l'uso liturgico, è possibile realizzare delle traduzioni dei libri liturgici più importanti, secondo le necessità pastorali, e con il consenso della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. I singoli libri, che sono così scelti, devono essere integralmente tradotti, conformemente al n.66. Per quel che riguarda i decreti, l'Institutio generalis, i Praenotanda e le istruzioni, è permesso stamparli in una lingua differente da quella utilizzata nelle celebrazioni, purché essa sia ben compresa dai sacerdoti e dai diaconi che celebrano in quel territorio. È permesso stampare il testo dei decreti in latino, completo o meno di traduzione.

2. L'approvazione della traduzione e la richiesta della recognitio alla Sede apostolica

79. L'approvazione dei testi liturgici, sia definitiva, sia ad interim, sia ad experimentum, deve essere fatta per mezzo di un decreto. Perché essa sia legittimamente compiuta, bisogna rispettare le disposizioni seguenti:54

a) perché un decreto sia legittimo, è richiesto il voto di due terzi dei suffragi, a schede segrete, da parte di tutti coloro che, nella conferenza dei vescovi, hanno voto deliberativo;

b) tutti gli atti, che devono essere approvati dalla Sede apostolica, redatti in due esemplari, e firmati dal presidente e dal segretario della conferenza, nonché recanti il sigillo di quest'ultima, devono essere trasmessi alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Questi atti devono contenere:

i) i nomi dei vescovi o di coloro che sono a essi assimilati secondo il diritto presenti alla seduta,

ii) un resoconto delle decisioni, comprendente il risultato del voto per ciascuno dei decreti, il numero dei votanti e i voti favorevoli e sfavorevoli, oltre alle astensioni;

c) devono essere inviati due esemplari dei testi liturgici redatti in lingua vernacola; quando possibile, questi stessi testi devono essere inviati su supporti magnetici (dischetti per PC);

d) in un rapporto particolare, bisogna spiegare chiaramente:55

i) i metodi o criteri seguiti nel lavoro di traduzione,

ii) la lista delle persone che hanno partecipato alla realizzazione del lavoro in ogni sua fase, con una breve nota riguardante la qualità accademica e il grado di competenza di ciascuno,

iii) le modifiche apportate alla traduzione precedente della stessa edizione di un libro liturgico devono essere chiaramente indicate, con le ragioni di questi cambiamenti,

iv) la presentazione dei cambiamenti, che è stato necessario effettuare rispetto all'editio typica in lingua latina, così come le ragioni di queste modifiche, con la menzione dell'autorizzazione precedente della Sede apostolica.

80. La prassi di domandare la recognitio della Sede apostolica per tutte le traduzioni dei testi liturgici56 offre la necessaria garanzia che la traduzione è autentica e corrispondente ai testi originali ed esprime, nonché favorisce, il vero legame della comunione tra il successore di san Pietro e i suoi fratelli nell'episcopato. Inoltre questa recognitio non è tanto una formalità quanto un atto della potestà di governo, assolutamente necessario (in caso d'omissione, infatti, gli atti delle conferenze dei vescovi non hanno forza di legge), che può comportare delle modifiche, anche sostanziali.57 Così, non è permesso pubblicare testi liturgici tradotti, o testi di nuova composizione per l'uso dei celebranti o, in genere, del popolo, se manca la recognitio. Siccome è necessario che la lex orandi concordi sempre con la lex credendi, e che sia manifestata e rafforzata dalla fede del popolo cristiano, le traduzioni liturgiche non possono essere degne di Dio se non rendono fedelmente nella lingua vernacola la ricchezza della dottrina cattolica presente nel testo originale, cosicché la lingua sacra si adatti al contenuto dogmatico che reca con sé.58 Inoltre, bisogna osservare il principio secondo cui ciascuna Chiesa particolare deve essere concorde con la Chiesa universale non solo in ciò che riguarda la dottrina della fede e i segni sacramentali, ma anche in ciò che riguarda gli usi universalmente ricevuti dalla tradizione apostolica initerrotta;59 in tal modo la recognitio della Sede apostolica ha per fine di vegliare affinché le traduzioni stesse, così come i diversi adattamenti legittimamente introdotti, non nuocciano all'unità del popolo di Dio, ma piuttosto la rafforzino in misura sempre maggiore.60

81. La recognitio concessa dalla Sede apostolica deve essere indicata nell'edizione stampata dalla menzione: "concordat cum originali", seguita dalla firma del presidente della commissione liturgica della conferenza dei vescovi, poi dall’espressione "imprimatur", seguita dalla firma del presidente di quella stessa conferenza.61 Quindi, due esemplari di ciascuna edizione stampata devono essere inviati alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.62

82. In un libro liturgico approvato dalla conferenza dei vescovi e che ha ricevuto la susseguente recognitio della Sede apostolica, ogni modifica che riguardi la scelta dei testi da libri liturgici già pubblicati o un cambiamento nell'ordine dei testi deve essere realizzata secondo le procedure esposte al n. 79, e le norme presentate al n. 22. Ogni altro modo di procedere in circostanze particolari può essere adottato solamente se ciò è stato previsto negli statuti della conferenza dei vescovi o in una legislazione equivalente, che abbia avuto l'approvazione della Sede apostolica.63

83. Rispetto alle edizioni dei libri liturgici in lingua vernacola, l'approvazione della conferenza dei vescovi e la recognitio della Sede apostolica sono valide solo se utilizzate sul territorio di quella stessa conferenza, e dunque esse non possono essere impiegate su un altro territorio senza il consenso della Sede apostolica, all'infuori delle circostanze particolari menzionate ai nn. 18 e 76 e secondo le norme previste a questo riguardo.

84. Laddove una conferenza dei vescovi non disponga di risorse finanziarie o d'altri mezzi sufficienti alla preparazione e alla stampa di libri liturgici, il presidente di questa conferenza esporrà questa situazione alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, alla quale spetta formulare o approvare una soluzione in merito all’utilizzazione unitamente ad altre conferenze di libri liturgici già pubblicati o di libri già altrove impiegati. Un tale permesso della Santa Sede è concesso solo caso per caso.

3. La traduzione e l'approvazione delle formule sacramentali

85. Per quel che riguarda le traduzioni delle formule sacramentali, che la Congregazione per il culto divino deve sottoporre al giudizio del sommo pontefice, bisogna rispettare le seguenti disposizioni, oltre quelle che riguardano la traduzione degli altri testi liturgici:64

a) quando si tratta delle lingue inglese, francese, tedesco, spagnolo, italiano e portoghese, tutta la documentazione deve essere presentata in una di queste lingue;

b) se la traduzione differisce da un testo già redatto in lingua vernacola e approvato, bisogna esporre le ragioni che giustificano questo cambiamento;

c) il presidente e il segretario della conferenza dei vescovi devono attestare che la traduzione è stata approvata dalla conferenza dei vescovi.

86. Quando si tratta di lingue meno diffuse, bisogna eseguire tutto secondo le disposizioni precedentemente esposte. Tuttavia gli atti devono essere redatti con grande cura in una delle suddette lingue più ampiamente conosciute, in modo tale da rendere il significato di ciascuna parola di questa lingua vernacola. Il presidente e il segretario della conferenza dei vescovi attesteranno l'autenticità di questa traduzione, dopo aver consultato il parere di esperti degni di fede, se ciò si dovesse rivelare necessario.65

4. Un'unica versione dei testi liturgici

87. È auspicabile che vi sia una sola versione dei libri e degli altri testi liturgici per ciascuna lingua vernacola, sulla base di un accordo stabilito tra i vescovi delle regioni in cui questa lingua è in vigore.66 Se ciò si rivelasse impossibile a causa di diverse circostanze, ciascuna conferenza dei vescovi, previa consultazione della Santa Sede, deve decidere o l'adattamento di una traduzione esistente, o la preparazione di una nuova traduzione. In ciascuno dei due casi, questi atti necessitano della recognitio da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

88. Se si tratta dell'Ordo Missae e delle parti della sacra liturgia che implicano la partecipazione diretta del popolo, bisogna realizzare una sola traduzione in ciascuna delle lingue,67 a meno che, in casi particolari, non si decida altrimenti.

89. I testi che, secondo le norme esposte ai nn. 87-88, sono comuni a più conferenze dei vescovi devono essere normalmente approvati da ciascuna delle conferenze che se ne servirà, prima di ricevere la conferma della Sede apostolica.68

90. Pur osservando il rispetto dovuto alle diverse tradizioni cattoliche e all'insieme dei principi e delle norme contenuti in questa istruzione, è assai auspicabile che vi sia una certa connessione o coordinazione, se possibile, tra le traduzioni destinate a essere utilizzate in comune nei diversi riti della Chiesa cattolica, principalmente per quel che riguarda i testi della sacra Scrittura. I vescovi della Chiesa latina procedano in uno spirito di cooperazione rispettosa e fraterna.

91. Un simile accordo è auspicabile anche con le Chiese orientali particolari non cattoliche o con le autorità delle comunità ecclesiali protestanti,69 purché non si tratti di un testo liturgico che comporti punti dottrinali ancora oggetto di divergenze, e a condizione che gli aderenti alle Chiese e alle comunità ecclesiali in questione siano abbastanza numerosi e che coloro che vengono consultati rappresentino veramente queste stesse comunità ecclesiali. Al fine di evitare ogni rischio di scandalo o di confusione tra i fedeli, la Chiesa cattolica deve conservare in tali accordi una totale libertà d'azione, anche nel diritto civile.

5. Le commissioni "miste"

92. La Sede apostolica, al fine di serbare l'unità anche dei libri liturgici tradotti nelle lingue vernacole, e per evitare che le risorse e gli sforzi della Chiesa siano spesi invano, promuove, tra altre soluzioni possibili, la costituzione di commissioni dette "miste", cioè di commissioni cui partecipano in qualche modo più conferenze dei vescovi.70

93. La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti erige una commissione "mista" di questo genere, su richiesta delle conferenze dei vescovi interessate; la commissione è a sua volta governata dagli statuti approvati dalla Sede apostolica.71 Anche se è auspicabile che, per quel che riguarda la formulazione della richiesta d'erezione e la redazione degli statuti, tutte e ciascuna conferenza dei vescovi che partecipa alla commissione prenda questa decisione prima che la relativa domanda sia indirizzata alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, tuttavia, a motivo del gran numero di conferenze, e del troppo tempo necessario per il voto, o ancora di una particolare necessità pastorale, se questo stesso dicastero lo giudica opportuno, non è escluso che gli statuti siano redatti e approvati dalla congregazione, dopo aver raccolto i pareri, nei limiti del possibile, almeno di alcuni dei vescovi interessati.

94. Una commissione "mista", per sua natura, piuttosto che sostituirsi ai vescovi costituisce per essi un aiuto, poiché rimangono di loro pertinenza l'incarico pastorale e le relazioni con la Sede apostolica.72 Infatti la commissione "mista" non è un terzo che si interpone tra la Sede apostolica e le conferenze dei vescovi, e non deve essere considerata come una via di comunicazione tra le stesse. I membri della commissione sono sempre dei vescovi, o almeno persone assimilate dal diritto ai vescovi. Inoltre, è compito dei vescovi dirigere la commissione, in quanto membri della medesima.

95. Conviene che tra i vescovi che partecipano alla commissione "mista" ve ne siano almeno alcuni, come, per esempio, il presidente della commissione liturgica della conferenza, che ricoprano delle responsabilità sulle questioni liturgiche nelle proprie conferenze.

96. Infatti, per quanto possibile, una tale commissione deve funzionare con l'aiuto delle commissioni liturgiche delle diverse conferenze dei vescovi partecipanti, sia per quel che riguarda gli esperti, sia per i mezzi tecnici, sia per i servizi di segreteria. Essa procederà soprattutto coordinando il lavoro di un progetto in modo che, per esempio, il primo schema di traduzione sia preparato dalla commissione liturgica di una conferenza dei vescovi, e poi perfezionato dalle altre commissioni, in ragione anche della diversità di espressioni naturalmente impiegate nell’ambito della stessa lingua nei vari territori.

97. Conviene che almeno alcuni vescovi partecipino alle singole fasi del lavoro, fino a che il testo finito sia presentato, per essere esaminato ed approvato, all'assemblea plenaria della conferenza dei vescovi, e inviato direttamente dal presidente della conferenza, che lo deve sottoscrivere insieme al segretario generale, alla Sede apostolica per ottenere la recognitio, a norma del diritto.

98. Inoltre, le commissioni "miste" devono limitarsi ai testi delle editiones typicae, escludendo le questioni teoriche che non riguardano direttamente questo lavoro, e non devono intrattenere relazioni con le altre commissioni "miste", né comporre nuovi testi.

99. Permane la ferma necessità di erigere commissioni di sacra liturgia, di musica sacra e d'arte sacra, a norma del diritto, in ciascuna diocesi e territorio di una conferenza dei vescovi.73 Ognuna di esse deve assumere direttamente le sue proprie funzioni, senza delegare in alcun modo le sue competenze a una commissione "mista".

100. I principali collaboratori stabili di ogni commissione "mista" che non siano vescovi e ai quali sia stato affidato stabilmente questo incarico dalla commissione, prima di iniziare l’attività necessitano di una dichiarazione di "nihil obstat" da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che prenderà in esame i loro titoli accademici e le attestazioni della loro competenza, oltre a una lettera di raccomandazione del loro vescovo diocesano. Negli statuti che devono essere redatti secondo il n. 93 suddetto, andrà precisato più esattamente in che modo si deve richiedere il "nihil obstat".

101. Tutti, senza eccezione per gli esperti, devono esercitare la loro attività in forma anonima e sotto segreto, e sono vincolati a queste condizioni, se non sono vescovi, da un contratto.

102. Conviene inoltre che, a intervalli regolari definiti dagli statuti, le cariche dei membri, dei collaboratori e degli esperti siano rinnovate. Sulla base delle esigenze di alcune commissioni, che dovessero emergere in corso d’opera, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti potrebbe, se gliene viene fatta domanda, prorogare con un indulto il mandato previsto dagli statuti per determinati membri, cooperatori o esperti.

103. Per quel che riguarda le commissioni "miste" già esistenti, i loro statuti devono essere rivisti a norma del n. 93 e delle altre disposizioni della presente istruzione, entro due anni a partire dalla sua entrata in vigore.

104. Per il bene dei fedeli, la Santa Sede si riserva il diritto di preparare e approvare per l'uso liturgico traduzioni in qualsiasi lingua.74 Tuttavia, anche se talvolta è necessario che la Sede aposotlica intervenga nella preparazione delle traduzioni per mezzo della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, l'approvazione di queste, affinché siano assunte per l'uso liturgico all'interno dei confini di un qualunque territorio ecclesiastico, rimane di pertinenza della conferenza dei vescovi, a meno che non sia stata prevista esplicitamente un'altra disposizione nel decreto d'approvazione di questa medesima traduzione promulgato dalla Sede apostolica. Successivamente, la conferenza deve trasmettere il decreto d'approvazione per quel territorio alla Santa Sede per ottenere la recognitio, insieme con il testo stesso, secondo le norme di questa istruzione e le altre disposizioni del diritto.

105. Per le ragioni menzionate precedentemente ai nn. 76 e 84, e per altre esigenze pastorali urgenti, sono eretti per decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti delle commissioni, dei consigli, dei comitati e dei gruppi di lavoro, affinché si occupino delle traduzioni di uno o più libri liturgici in una o più lingue, i quali dipendono direttamente dalla Sede apostolica. In questo caso, nei limiti del possibile, si consulteranno almeno alcuni dei vescovi interessati.

6. I nuovi testi liturgici da redigere in lingua vernacola

106. Per quel che riguarda la composizione di nuovi testi liturgici, da redigere nelle lingue vernacole, che saranno eventualmente aggiunti alla traduzione dei testi latini delle editiones typicae, si osserveranno le norme già in vigore, specialmente quelle contenute nell'istruzione Varietates legitimae.75 Ciascuna conferenza dei vescovi deve istituire una o più commissioni per la redazione dei testi, o anche per trovare il modo di adattarli adeguatamente; i testi che ne risultano devono essere trasmessi per la recognitio alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, prima che siano pubblicati in un qualunque libro destinato ad essere utilizzato dai celebranti, o in generale dai fedeli.76

107. Bisogna considerare che la composizione di nuovi testi di preghiere o di rubriche non è in sé un fine, ma deve essere intrapresa solamente per venire incontro a peculiari necessità culturali o pastorali. È per questa ragione che questo compito spetta strettamente alla commissioni liturgiche locali e nazionali, e assolutamente non alle commissioni di cui ai precedenti nn. 92-104. I testi nuovi, composti in lingua vernacola, come anche gli altri adattamenti che sono legittimamente introdotti, non devono contenere niente di contrario alla funzione, al senso, alla struttura, allo stile, all'argomento teologico o al vocabolario tradizionale, così come ad altre qualità importanti dei testi che si trovano nelle editiones typicae.77

108. I canti e gli inni liturgici costituiscono elementi di importanza ed efficacia particolari. Soprattutto, la domenica, "giorno del Signore", i canti del popolo dei fedeli radunati per la celebrazione della santa messa non sono meno importanti delle orazioni, delle letture, dell'omelia, per la comunicazione autentica del messaggio della liturgia, poiché fomentano il senso della fede comune e della comunione nella carità.78 Affinché siano più diffusi tra i fedeli, bisogna che siano abbastanza stabili, onde evitare la confusione tra il popolo. Entro cinque anni dalla pubblicazione di questa istruzione, le conferenze dei vescovi dovranno preparare la pubblicazione di un direttorio o repertorio di testi destinati al canto liturgico, con il necessario aiuto delle Commissioni nazionali o diocesane interessate, e quello d'altri esperti. Questo repertorio dovrà essere trasmesso alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, per la necessaria recognitio.

IV. L'edizione dei libri liturgici

109. Tra i libri liturgici del Rito romano che contengono solamente il testo latino, è detta "editio typica" quella pubblicata con decreto della Congregazione competente in quel periodo.79 Le editiones typicae pubblicate prima di questa istruzione erano diffuse dalla Tipografia poliglotta vaticana o dalla Libreria editrice vaticana; in avvenire, esse dovranno normalmente essere stampate dalla Tipografia vaticana, e il diritto di diffonderle sarà riservato alla suddetta Libreria editrice vaticana.

110. Le norme di questa istruzione, per quanto riguarda tutti i diritti, si riferiscono alle editiones typicae pubblicate o da pubblicare, sia che si tratti del libro intero sia di una parte di esso: le edizioni cioè del Missale Romanum, dell'Ordo Missae, del Lectionarium Missalis Romani, dell'Evangeliarium Missalis Romani, del Missale parvum estratto dal Missale Romanum e dal Lectionarium, della Passio Domini Nostri Iesu Christi, della Liturgia Horarum, del Rituale Romanum, del Pontificale Romanum, del Martyrologium Romanum, della Collectio Missarum e Lectionarium de Beata Maria Virgine, del Graduale Romanum, dell'Antiphonale Romanum, e degli altri libri di canto gregoriano e delle edizioni di libri del Rito romano promulgati in editio typica per mezzo di un decreto, come per esempio il Caeremoniale episcoporum e il Calendarium Romanum.

111. Per quel che riguarda i libri liturgici del Rito romano promulgati in editio typica sia prima sia dopo il concilio Vaticano II con decreto delle congregazioni competenti in quel periodo, la Sede apostolica detiene e rivendica il diritto di proprietà di quello che in lingua vernacola è chiamato "copyright", per mezzo dell'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica o, in suo nome e con un mandato da essa ricevuto, della Libreria editrice vaticana. Spetta tuttavia alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti concedere la licenza di ristampa.

112. Le edizioni dei libri liturgici del Rito romano sono dette "iuxta typicam" se si tratta di libri scritti in lingua latina che vengono realizzati da un editore dopo la pubblicazione dell'editio typica per concessione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

113. Per quel che riguarda le edizioni "iuxta typicam" destinate all'uso liturgico, il diritto di stampare libri liturgici che riproducono il solo testo latino è riservato alla Libreria editrice vaticana e a quelle case editrici cui la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha dato espressamente l'autorizzazione mediante contratto, a meno che risulti diversamente dalle norme inserite nell'editio typica stessa.

114. Il diritto di tradurre in lingua vernacola i libri liturgici del Rito romano, o anche solo di approvarli secondo il diritto per l'uso liturgico, e di realizzarne la pubblicazione compete unicamente alla conferenza dei vescovi per il suo territorio, nel rispetto tuttavia dei diritti di recognitio80 e di proprietà della Sede apostolica, ivi compresi quelli esposti in questa istruzione.

115. Per quel che riguarda le edizioni dei libri liturgici che, tradotti in lingua vernacola, sono di proprietà di una conferenza dei vescovi, il diritto di edizione è riservato agli editori ai quali detta conferenza dei vescovi lo abbia espressamente concesso mediante contratto, conformemente alla legislazione civile e alla prassi giuridica per le edizioni a stampa in vigore in ciascun paese.

116. Per poter stampare edizioni "iuxta typicam" destinate all'uso liturgico, un editore deve procedere come segue:

a) se si tratta di libri contenenti il solo testo latino, egli deve ottenere ogni volta la licenza della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, poi stipulare un contratto, nel quale saranno precisate le condizioni per la pubblicazione dei libri in questione, con l'Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica o con la Libreria editrice vaticana, che opera in nome e con mandato dell'Amministrazione;

b) se si tratta di libri contenenti il testo in lingua vernacola, secondo le circostanze, bisogna ottenere la licenza del presidente della conferenza dei vescovi o dell'istituto o della commissione che, su licenza della Santa Sede, opera in nome di più conferenze, e nello stesso tempo bisogna stabilire un accordo sulle condizioni per la pubblicazione dei libri in questione, conformemente alle norme e le leggi che sono in vigore nel paese;

c) se si tratta di libri che riproducono soprattutto il testo in lingua vernacola, ma anche in larga misura il testo latino, per la parte in lingua latina bisogna seguire tutte le norme stabilite al n. 116a.

117. I diritti di edizione e di proprietà di tutte le traduzioni dei testi liturgici, o almeno i diritti della legge civile, che sono necessari per conservare una piena libertà di pubblicare e correggere i testi, devono rimanere prerogativa delle conferenze dei vescovi o delle loro commissioni liturgiche nazionali.81 Questo stesso organismo prenderà le misure previste dalla legge che si rendessero necessarie per impedire o impugnare un uso improprio dei testi.

118. Laddove il diritto di proprietà sulle traduzioni in lingua vernacola dei testi liturgici sia comune a più conferenze dei vescovi, bisognerà redigere un documento di concessione della licenza per ciascuna conferenza, in modo tale che ciascuna di esse possa, nei limiti del possibile, amministrare la cosa, a norma del diritto. Altrimenti sarà eretto dalla Sede apostolica un organismo a questo fine, previa consultazione con i vescovi.

119. La concordanza dei libri liturgici con le editiones typicae approvate per l'uso liturgico, se si tratta di un testo scritto solo in lingua latina, deve essere attestata dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti; se invece si tratta di un testo scritto in lingua vernacola o nel caso previsto al n. 116c, bisogna ottenere l'attestazione dell'ordinario del luogo in cui vengono pubblicati i libri.82

120. I libri destinati al popolo contenenti i testi in lingua vernacola devono presentare un aspetto esteriore di dignità tale da indurre i fedeli al maggior rispetto dovuto alla parola di Dio e alle cose sacre.83 È pertanto necessario che, nel più breve tempo possibile, si superi la fase provvisoria durante la quale vengono raccolti insieme foglietti e fascicoli, ovunque siano. Tutti i libri destinati all'uso liturgico dei sacerdoti celebranti e dei diaconi devono essere di una dimensione sufficientemente grande così da potersi distinguere dai libri destinati all'uso personale dei fedeli. Nondimeno bisogna evitare un lusso esagerato, che aumenterebbe necessariamente il costo di questi libri e a qualcuno potrebbe sembrare eccessivo. Le illustrazioni della copertina e quelle all'interno del libro devono essere realizzate in uno stile insieme nobile e semplice, e che abbia un carattere perenne e universale di attrazione in un determinato contesto culturale.

121. Anche nella realizzazione di pubblicazioni di carattere pastorale e per l'uso privato dei fedeli, che hanno il fine di favorire la loro partecipazione alle celebrazioni liturgiche, gli editori devono prestare attenzione ai diritti di proprietà:

a) della Santa Sede, se si tratta del testo latino, o della musica gregoriana edita nei libri di canto sia prima sia dopo il concilio Vaticano II, con l'eccezione di quelli che sono stati o saranno concessi all'uso di tutti;

b) di una conferenza dei vescovi o di più conferenze dei vescovi insieme, se si tratta di un testo scritto in lingua vernacola e della musica che lo accompagna appartenenti a una conferenza o a un gruppo di conferenze.

Per questo genere di pubblicazioni, in particolar modo se edite in forma di libri, è necessaria l'autorizzazione del vescovo diocesano, a norma del diritto.84

122. Nello scegliere gli editori ai quali sarà affidata la pubblicazione dei libri liturgici, bisogna prestare attenzione a scartare quelli i cui libri pubblicati non sono tali che vi si riconoscano lo spirito e le norme della tradizione cattolica.

123. Per quel che riguarda i testi realizzati in virtù di un accordo con Chiese particolari e comunità ecclesiali non in piena comunione con la Santa Sede, bisogna rispettare nella loro pienezza e legittimità i diritti dei vescovi cattolici e della Sede apostolica, provvedendo a introdurre qualsiasi modifica o correzione ritenuta necessaria per l'uso di questi libri tra i cattolici.

124. Secondo il giudizio della conferenza dei vescovi, gli opuscoli e i foglietti con testi liturgici per l'uso dei fedeli possono derogare alla regola generale, che esige che i libri liturgici in lingua vernacola debbano contenere integralmente tutto ciò che si trova nell'editio typica in lingua latina. Per quel che riguarda, tuttavia, le edizioni ufficiali, cioè quelle destinate all'uso liturgico del sacerdote, del diacono o del ministro laico competente, si deve applicare quanto prescritto sopra ai nn. 66-69.85

125. Oltre a quanto è contenuto o previsto nell'editio typica o dettagliatamente esposto in questa istruzione, non deve essere aggiunto alcun testo all'edizione in lingua vernacola senza l'approvazione precedentemente concessa dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

V. La traduzione dei testi liturgici propri

1. I Propri delle diocesi

126. Nel preparare la traduzione di testi di un Proprio liturgico delle diocesi, approvati come "tipici" dalla Sede apostolica, bisogna osservare le seguenti disposizioni:

a) la traduzione deve essere realizzata dalla commissione liturgica diocesana86 o da un'altra commissione istituita a tal fine dal vescovo diocesano, e poi deve essere approvata dal vescovo diocesano, dopo aver consultato il clero ed esperti in materia;

b) la traduzione sia sottoposta per la recognitio alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, mediante l'invio di tre esemplari del testo tipico insieme con la traduzione;

c) inoltre sia redatta una relazione, che deve contenere:

i)  il decreto con il quale il testo tipico è stato approvato dalla Sede apostolica,

ii) i metodi o criteri seguiti nella traduzione,

iii) l'elenco delle persone che hanno partecipato alla realizzazione del lavoro ai vari livelli, con una breve descrizione della loro esperienza, delle loro specializzazioni e dei loro titoli accademici;

d) quando si tratta di lingue meno diffuse, la conferenza dei vescovi competente deve attestare, come è detto sopra al n. 86, che il testo è stato tradotto in maniera esatta nella lingua in questione.

127. Nella stampa dei testi, bisogna includere i decreti con i quali è stata concessa alle traduzioni la recognitio della Santa Sede, o almeno si ricordi che la recognitio è stata concessa, facendo menzione del giorno, del mese, dell'anno e del numero di protocollo del decreto del dicastero, conformemente alle norme del n. 68. Due esemplari dei testi stampati siano trasmessi alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

2. I Propri delle famiglie religiose

128. Nel preparare la traduzione di testi di un Proprio liturgico di una famiglia religiosa (cioè degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica o di altre associazioni o gruppi legittimamente approvati che hanno questo diritto), approvati come "tipici" dalla Sede apostolica, bisogna osservare le seguenti disposizioni:

a) la traduzione deve essere realizzata dalla commissione liturgica generale o da un'altra commissione istituita a questo scopo dal moderatore supremo o almeno con un mandato del superiore provinciale, e poi deve essere approvata dal moderatore supremo, con il voto deliberativo del suo consiglio, dopo aver consultato, secondo l'opportunità, esperti e membri idonei dell'istituto o della società;

b) la traduzione sia sottoposta per la recognitio alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, mediante l'invio di tre esemplari del testo tipico insieme con la traduzione;

c) inoltre sia redatta una relazione, che deve contenere:

i)  il decreto con il quale il testo tipico è stato approvato dalla Sede apostolica,

ii) i metodi o criteri seguiti nella traduzione,

iii) l'elenco delle persone che hanno partecipato alla realizzazione del lavoro ai vari livelli, con una breve descrizione della loro esperienza, delle loro specializzazioni e dei loro titoli accademici;

d) quando si tratta di lingue meno diffuse, la conferenza dei vescovi competente deve attestare, come è detto sopra al n. 86, che il testo è stato tradotto in maniera esatta nella lingua in questione;

e) per le famiglie religiose di diritto diocesano, bisogna applicare le disposizioni precedenti, salvo il fatto che il testo deve essere inviato dal vescovo diocesano alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, insieme con il giudizio della sua approvazione.

129. Nei Propri liturgici delle famiglie religiose, deve essere impiegata la traduzione della sacre Scritture approvata per l'uso liturgico nella stessa lingua per lo stesso territorio a norma del diritto. Se questo si rivela difficile, la questione deve essere sottoposta alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

130. Nella stampa dei testi, bisogna includere i decreti con i quali è stata concessa alle traduzioni la recognitio della Santa Sede, o almeno si ricordi che la recognitio è stata concessa, facendo menzione del giorno, del mese, dell'anno e del numero di protocollo del decreto del dicastero, conformemente alle norme del n. 68. Due esemplari dei testi stampati siano trasmessi alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Conclusione

131. L'approvazione di traduzioni liturgiche concessa in casi particolari in passato non cessa di essere valida, anche se il principio e il criterio adottati differiscono dalle norme contenute in questa istruzione. Tuttavia, a partire dal giorno in cui questa istruzione è pubblicata, comincia una nuova fase per quel che riguarda l'apporto di correzioni o la riconsiderazione delle disposizioni riguardanti l'ammissione di lingue vernacole nella liturgia, come per la revisione delle traduzioni già realizzate nelle lingue vernacole.

132. Entro un quinquennio a partire dal giorno in cui la presente istruzione è resa pubblica, i presidenti delle conferenze dei vescovi e i moderatori supremi delle famiglie religiose e degli istituti equiparati secondo il diritto sono tenuti a presentare alla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti un rapporto completo sui libri liturgici in lingua vernacola in uso nel territorio o nell'istituto di ciascuno.

133. Inoltre, le norme stabilite dalla presente istruzione sono valide per la correzione delle traduzioni già esistenti, e si dovrà prestare attenzione a che le correzioni di questo genere non siano ulteriormente rinviate. Si spera che questo nuovo sforzo possa dar luogo a una nuova stabilità nella vita della Chiesa, e contribuisca a porre un solido fondamento su cui poggi l'attività liturgica del popolo di Dio, e a portare un forte rinnovamento nella catechesi.

Tratto da: www.dehoniane.it - online
1 Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 1, 14, 21, 33; Cfr.. Concilio di Trento, Sessione 22 (1562), dottrina Sul sacrificio della messa, c. 8: DS 1749.
2 Un testo reso in un'altra lingua spesso viene designato in latino con i vocaboli versio, conversio, interpretatio, redditio, o anche mutatio o transductio; per indicare l'azione o il gesto del tradurre si usano parole affini. Questi termini si riscontrano nella costituzione Sacrosanctum concilium e in numerosi documenti della Santa Sede del nostro tempo. Tuttavia non di rado il senso che si attribuisce a tali espressioni nelle lingue moderne ha assunto una nozione che include una certa discrepanza o diversità del testo nuovo rispetto a quello originale. Al fine di escludere qualsiasi ambiguità, in questa istruzione, con la quale si tratta esplicitamente del medesimo argomento, si usa soprattutto il termine translatio con le parole ad esso affini o derivate. Anche se il loro uso appare più duro quanto allo stile latino o sa di neologismo, queste espressioni hanno assunto un certo carattere internazionale, e possono comunicare il pensiero della Sede apostolica nel nostro tempo ed essere più facilmente capite nelle molte lingue senza pericolo di errore.
3 Cfr. Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epist. «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 300-302.
4  Cfr. Concilio Vaticano II, Decreto «Orientalium Ecciesiarum» (1964), 1.
5 Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963) 4; Concilio Vaticano II, Decreto «Orientalium Ecciesiarum» (1964), 2, 6.
6 Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 38; Paolo VI, costituzione apostolica Missale Romanum (1969): Acta Apostolicae Sedis, 61(1969), 217-222: online; Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 399.
7 Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), 17; Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 397.
8 Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 38; Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 397.
9 Paolo VI, Allocuzione al Consilium ad exsequendam Constitutionem de S. Liturgia, 14 ottobre 1968: Acta Apostolicae Sedis, 60(1968), 736: online.
10 Cfr. Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), 36; Cfr.. anche Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 398.
11 Cfr. Giovanni Paolo II, lettera apostolica «Vicesimus quintus annus» (1988), 20.
12 Cfr. Paolo VI, Allocuzione agli esperti impegnati nella traduzione dei libri liturgici nelle lingue vernacole, 10 novembre 1965: Acta Apostolicae Sedis, 57(1965), 968: online.
13 Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), 288-314.
14  Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 300-301.
15  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 36 §3; Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 300-301.
16  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 36 §3; Paolo VI, Lettera apostolica «Sacram liturgiam» (1964); Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 27-29: Acta Apostilicae Sedis, 56(1964), 883: online; Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 300-301.
17  Cfr. per esempio Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Norme per la celebrazione della messa in "esperanto", 20 marzo 1990: Notitiae 26(1990), 693-694.
18  Cfr. Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 41: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 886: online.
19  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 33; Costituzione «Dei verbum» (1965), 8; Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 2.
20  Cfr. Consilium "ad exsequendam Constitutionem de S. Liturgia", Epistola ai presidenti delle conferenze episcopali, 21 giugno 1967: Notitiae 3(1967) 296; card. segretario di Stato, Lettera al pro-prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, 1 febbraio 1997.
21  Cfr. Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), 53.
22 Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), 39.
23 Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994); Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 397.
24  Cfr. Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 41: Acta Apostolicae Sedis, 40 a: Acta Apostolici Sedis, 56(1964), 885: online.
25  Cfr. Paolo VI, Allocuzione agli esperti impegnati nelle traduzioni in lingua vernacola dei testi liturgici, 10 novembre1965: Acta Apostolicae Sedis, 57(1965), 968: online; Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), 53.
26  Cfr. Giovanni Paolo II, Allocuzione ad alcuni vescovi degli Stati Uniti d'America ammessi in occasione della visita "ad limina apostolorum", 4 dicembre 1993, n. 2: Acta Apostolicae Sedis, 86(1994), 755-756: online.
27  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 33.
28  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 116; Congregazione dei Riti, Istruzione «Musicam sacram» (1967), 50; Congregazione pro culto divino, lettera «Voluntati obsequens» con la quale è stato inviato ai vescovi il volume Iubilate Deo, 14 aprile 1974: Notitiae 10 (1974), 123-124; Giovanni Paolo II, lettera «Dominicae cenae» (1980), 10; Giovanni Paolo II, Allocuzione «With fraternal love» ad alcuni vescovi degli Stati Uniti d'America, 9 ottobre 1998, n. 3: AAS 91(1999), 353-354; Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, n. 41.
29  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 35, 52; Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 54: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 890: online; Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica «Catechesi Tradendae» (1979), 48; Missale Romanum, editio typica tertia, Institutio generalis, n. 65.
30  Cfr. Concilio Vaticano II, Decreto «Unitatis redintegratio» (1964); Dichiarazione «Nostra aetate» (1965).
31  Cfr. Paolo VI, Costituzione apostolica «Laudis canticum» (1970), 8; Officium divinum, Liturgia Horarum iuxta Ritum romanum, editio typica altera, 7 aprile 1985: Institutio generalis de Liturgia Horarum, n. 100; Giovanni Paolo II, lettera apostolica «Vicesimus quintus annus» (1988), 8.
32 Cfr. Concilio di Trento, Sessione IV (1546), De libris sacris et de traditionibus recipiendis, e De vulgata editione Bibliorum et de modo interpretandi S. Scripturam: DS 1501-1508; Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica «Scripturarum thesaurus», (1979).
33 Cfr. Paolo VI, Allocuzione «Vi siamo molto grati» ai cardinali e ai prelati della curia romana, 22 dicembre 1977; Cfr. Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica «Scripturarum thesaurus», (1979); Nova Vulgata Bibliorum Sacrorum, editio typica altera, 1986, Praefatio ad lectorem.
34  Cfr. Officium divinum, Liturgia Horarum iuxta Ritum romanum, editio typica altera, 1985: Institutio generalis de Liturgia Horarum, nn. 100-109.
35  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Dei verbum» (1965), 22.
36  Cfr. Paolo VI, Esortazione apostolica «Marialis cultus», (1974), 30.
37  Cfr. Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), n. 53.
38  Cfr. Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994); Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, n. 392.
39  Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, nn. 53, 57.
40  Cfr. Giovanni Paolo II, http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1998/documents/hf_jp-ii_apl_05071998_dies-domini.htmlLettera apostolica «Dies Domini», 50.
41 Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 78.
42  Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 67.
43 S. Tommaso, Summa Theologiae, IIa IIae, I, 9.
44  Cfr. Congregazione per la dottrina della fede, Communicatio, 2 (14) dicembre 1983: Notitiae 20(1984), 181.
45  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 63b; Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, dichiadazione «Plures liturgicae commissiones» sulle traduzioni vernacole dei nuovi testi liturgici, 15 settembre 1969: Notitiae 5(1969), 333-334.
46  Cfr. Congregazione per il clero e altri dicasteri, Istruzione «Ecclesiae de mysterio» (1997), artt. 1-3, 6-12: Acta Apostolicae Sedis, 89(1997), 861-865, 869-874: online.
47  Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, n. 389.
48  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 36; Cfr. Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 838 §3.
49  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 44; Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 40b: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 885-886: online.
50  Cfr. Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 40d: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 886: online.
51  Cfr. Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 838.
52  Cfr. Congregazione per il culto divino, Dichiarazione, 15 maggio 1970: Notitiae 6(1970), 153.
53  Cfr. Giovanni Paolo II, lettera apostolica «Vicesimus quintus annus» (1988), 20.
54  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 36; Paolo VI, Lettera apostolica «Sacram liturgiam» (1964), IX; Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 27-29: Acta Apostolicae Sedis 56(1964), 883: online; Commissione centrale per il coordinamento dei lavori postconciliari e per l'interpretazione dei decreti del concilio, Risposta a un dubbio: Acta Apostolicae Sedis, 60(1968), 361: online; Cfr. Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 300-302.
55  Cfr. Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 30: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 883: online; Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976, 4: Notitiae 12(1976), 302.
56  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 36; Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 20-21, 31: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 882, 884: online; Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 838.
57  Cfr. Pontificia Commissione per la revisione del CIC, Acta: Communicationes 15(1983), 173.
58  Cfr. Paolo VI, Allocuzione «Ecco il "Consilium"» ai membri e periti del Consilium "ad exsequendam Constitutionem de S. Liturgia", 13 ottobre 1966; Allocuzione ai membri e periti del Consilium "ad exsequendam Constitutionem de S. Liturgia", 14 ottobre 1968: Acta Apostolicae Sedis, 60(1968), 734: online.
59 Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, 397.
60 Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Lumen gentium» (1964), 13; Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica «Apostolos suos» (1998), 22.
61  Cfr. Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 838 §3.
62  Cfr. Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 302.
63  Cfr. Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976, 2: Notitiae 12(1976), 300-302.
64  Cfr. Congregazione per il culto divino, epistola «Dum toto terrarum» ai presidenti delle conferenze episcopali circa le norme da osservare per l'edizione dei libri tradotti nelle lingue moderne, 25 ottobre 1973: Acta Apostolicae Sedis, 66(1974), 98-99: online; Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 300-302.
65  Cfr. Congregazione per il culto divino, epistola «Dum toto terrarum» ai presidenti delle conferenze episcopali circa le norme da osservare per l'edizione dei libri tradotti nelle lingue moderne, 25 ottobre 1973: Acta Apostolicae Sedis, 66(1974), 98-99: online; Congregazione per i sacramenti e il culto divino, epistola «Decem iam annos» ai presidenti delle conferenze episcopali circa l'introduzione delle lingue vernacole nella S. liturgia, 5 aprile 1976: Notitiae 12(1976), 300-302.
66  Cfr. Congregazione per il culto divino, norme «In confirmandis actis» circa l'unità delle traduzioni liturgiche in lingua vernacola, 6 febbraio 1970: Notitiae 6(1970), 84-85; Cfr. Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 40c: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 886: online.
67  Cfr. Congregazione per il culto divino, norme «In confirmandis actis» circa l'unità delle traduzioni liturgiche in lingua vernacola, 6 febbraio 1970: Notitiae 6(1970), 84-85.
68  Cfr. Congregazione per il culto divino, norme «In confirmandis actis» circa l'unità delle traduzioni liturgiche in lingua vernacola, 6 febbraio 1970: Notitiae 6(1970), 85; EV 3/1998.
69  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Dei verbum» (1965), 22; Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 825 §2; Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’ecumenismo, 25 marzo 1993, nn. 183-185, 187; Cfr. Codice dei canoni delle Chiese orientali, canone 655 §1.
70  Cfr. Consilium "ad exsequendam Constitutionem de s. liturgia", Lettera del presidente, 16 ottobre 1964: Notitiae 1(1965), 195; Paolo VI, Allocuzione «Vos omnes qui» ai periti impegnati nelle traduzioni in lingua vernacola dei testi liturgici, 10 novembre 1965; Congregazione per il culto divino, norme «In confirmandis actis» circa l'unità delle traduzioni liturgiche in lingua vernacola, 6 febbraio 1970: Notitiae 6(1970), 84-85.
71  Cfr. Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 23c: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964) 882: online; Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), cannoni 94, 117, 120; Cfr. Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica «Pastor Bonus» (1988), 65.
72  Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera apostolica «Apostolos suos» (1998), 18-19.
73  Cfr. Pio XII, Lettera enciclica «Mediator Dei» (1947); Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 44-46; Paolo VI, Lettera apostolica «Sacram liturgiam» (1964); Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 44-46: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 886-887: online.
74 Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canoni 333, 360; Giovanni Paolo II, Costituzione apostolica «Pastor Bonus» (1988), 62-65; Cfr. Congregazione per il culto divino, epistola «Dum toto terrarum» ai presidenti delle conferenze episcopali circa le norme da osservare per l'edizione dei libri tradotti nelle lingue moderne, 25 ottobre 1973, 1: Acta Apostolicae Sedis, 66(1974), 98-99: online.
75  Cfr. Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994).
76  Cfr. Congregazione del Culto Divino, Istruzione IV «Varietates legitimae» (1994), 36.
77  Cfr. Missale Romanum, editio typica tertia: Institutio generalis, n. 398.
78  Giovanni Paolo II, http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/apost_letters/1998/documents/hf_jp-ii_apl_05071998_dies-domini.htmlLettera apostolica «Dies Domini» (1998), 40, 50.
79  Cfr. Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 838 §2.
80  Cfr. Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 838 §3.
81 Congregazione per il culto divino, Dichiarazione, 15 maggio 1970: Notitiae 6(1970), 153.
82  Cfr. Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 826 §2; Cfr. anche sotto, n. 111.
83  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 122; Congregazione dei riti, Istruzione «Inter oecumenici» (1964), 40e: Acta Apostolicae Sedis, 56(1964), 886: online.
84  Giovanni Paolo II, Codice di Diritto Canonico (1983), canone 826 §3.
85  Cfr. Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 63b; Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, dichiadazione «Plures liturgicae commissiones» sulle traduzioni vernacole dei nuovi testi liturgici, 15 settembre 1969: Notitiae 5(1969), 333-334.
86  Cfr. Pio XII, Lettera enciclica «Mediator Dei» (1947); Concilio Vaticano II, Costituzione «Sacrosanctum Concilium» (1963), 45.